Native Advertising

Promuovere senza (inter)rompere

Una nuova forma di marketing netiquette? Un nuovo, efficace “farmaco” per la cura della banner blindness? O entrambi allo stesso tempo? Ai post l’ardua sentenza.

Perché quando si parla di Native Advertising di certo si può dire solo che si tratta del modo più innovativo ed evoluto di fare pubblicità in rete e che la rete è il medium che evolve più rapidamente.

Il resto è pura congettura, visto quanto marketing digitale e web siano sempre più permeabili a forme di integrazione capaci di sviluppare il potenziale di entrambi. Insomma, il dibattito è aperto e per fare qualche passo avanti non si può che partire dal “che cos’è?” il Native Advertising.

Si definisce Native Advertising la pubblicità che, nata dalla rete e perfettamente contestualizzata a essa anche dal punto di vista grafico e del messaggio creativo, si integra con il contenuto, lo stile e il mood del contesto.

In virtù di questa “organica” integrazione, il Native Adv rappresenta sicuramente un plus in termini di efficacia, specialmente in rapporto con i tradizionali banner.

E’ risaputo, infatti, che i banner hanno vita breve sui siti: quindici, trenta giorni al massimo, a volere esagerare.

In pratica, succede questo: gli utenti della rete diventano sempre più evoluti, esperti e smaliziati nell’identificazione della pubblicità su web. La riconoscono sempre più facilmente e velocemente. Ed evitano di cliccare sul banner.

Diventano immuni, gli utenti. La ignorano. E la raccolta crolla. Il fenomeno ha radici antiche, se già dalla fine degli Anni ‘90 si cominciò a registrare la progressiva contrazione delle visualizzazioni dei banner.

Il Native Advertising, sembra la soluzione per invertire il trend. Qual è il suo segreto? La pubblicità diventa una parte integrante del sito, della pagina web che la ospita, che va incontro, con maggiore discrezione, ai bisogni dell’utente.

Da questo punto di vista, il Native Advertising si può considerare un piacevole excursus, un interessante contenuto aggiuntivo. Si tratta, dunque, di una nuova operazione di marketing che supera i vecchi canoni della pubblicità invasiva, “l'emozione che non si può interrompere”, per parafrasare il famoso slogan di Federico Fellini contro l’eccessivo numero di interruzioni pubblicitarie dei film.

Il Native Advertising è si può considerare con totale un ribaltamento di prospettiva “l’emozione commerciale” che arricchisce la ricerca? La risposta è nei numeri. Stando agli ultimi dati di BI Intelligence, la raccolta di Native Advertising negli Stati Uniti passerà dai 4,7 miliardi di dollari del 2013 ai 7,9 miliardi di dollari dell’anno in corso, mentre le proiezioni prevedono un trend di crescita continuo, con una raccolta di 21 miliardi di dollari nel 2018.

A sostenere la crescita del Native Advertising sono e saranno i social network, le piattaforme più usate dalla popolazione, l’habitat naturale per vecchi e nuovi marketing predators.